AZIENDE FAMILIARI: E …. SE NON C’E’ PIU’ GRASSO CHE COLA ?

Aziende Familiari: E … se non c’è più grasso che cola?

di Giorgio P. Cirinà

Le aziende familiari nostrane, a dispetto di handicap strategici, dimensionali, patrimoniali, di facilità di accesso alle risorse (soprattutto di natura finanziaria) e di quant’altro è stato scritto e ben documentato al riguardo, sono, come noto, caratterizzate da tratti di flessibilità, velocità, coraggio (spesso espressione evidente degli uomini che le hanno “create”, talora senza rigorosi modelli di business ma, più semplicemente, provandoci) che le hanno portate a sopravvivere a molte tempeste, anche piuttosto brutte.

Tale osservazione va letta in due prospettive, infatti: se da una parte è vero che lo “squilibrio” tra risorse immesse e prodotte non è stato sufficiente a creare quel volano di sviluppo e crescita (a prescindere da convinzioni soggettive basate sul presupposto del “piccolo … è bello”), d’altra parte è anche vero che i risultati di queste aziende hanno legittimamente permesso di coprire le esigenze dell’imprenditore e della sua famiglia. In fondo perché, seppure poco, ma si guadagnava.

Oggi viviamo una fase, non solo di auspicabile uscita da una crisi molto lunga, ma soprattutto influenzata dai ben conosciuti fenomeni di globalizzazione, aggregazione, concentrazione, che hanno talora costretto a prendere coscienza di una nuova realtà: la minore marginalità a parità di volumi di attività e di mix.

Una consapevolezza che apre riflessioni serie per chi deve decidere e trovare una risposta alla domanda: “ma cosa fare quando si guadagna di meno e si fa più fatica rispetto al passato”?

Abbiamo assistito in questi ultimi tempi a variegate azioni, talvolta impulsive, altre ragionate, il cui filo rosso sembra essere riconducibile ad alcuni punti ricorrenti:

  • messa in sicurezza dei conti, attraverso la più attenta lettura delle dinamiche economiche (ricavi e costi) e finanziarie, soprattutto per quando concerne i crediti di fornitura attivi e passivi, così come le giacenze di magazzino, per controllare il fabbisogno di capitale circolante, poi quelle di investimento in capacità ed infrastrutture. Una incisiva azione di abbassamento del punto di pareggio, di variabilizzazione per quanto possibile dei costi di struttura e di attento monitoraggio dei termini e condizioni di regolamento finanziario;
  • potenziamento del presidio sul “sistema azienda”, inteso come attenzione esasperata alla ricerca di efficienza e produttività nei processi lavorativi di natura commerciale, produttiva o amministrativa, attraverso: la rivisitazione dei processi stessi, lo sviluppo della produttività delle risorse impiegate, la determinata negoziazione del loro costo, così come, sebbene con rimpianti e forti connotazioni emotive, le frequenti azioni di ridimensionamento degli organici e/o delle collaborazioni esterne;
  • spinta all’innovazione, la ricerca del nuovo. Non l’invenzione del secolo, ma il continuo pensare e proporre novità, magari solo per avere argomentazioni, occasioni per comunicare, per mostrare, oltre che, ovviamente, potenziare il portafoglio di prodotti e servizi per recuperare, almeno in parte, quelle marginalità lasciate sul terreno, anche per variabili esogene.

In ottica retrospettiva, gli esiti di queste azioni sono a macchia di leopardo. Idee giuste, ineccepibili dal punto di vista del contenuto tecnico-professionale. Ma spesso depotenziate nella loro “messa a terra” a causa di approcci non sempre adeguati o all’altezza, poco aiutati, quando addirittura non ostacolati, dalle competenze e dagli schemi di gioco messi in campo.

Azioni come quelle richiamate implicano delle “piccole rivoluzioni” rispetto a prassi consolidate, storiche. Occorrono “malizie” e abilità professionali spesso decentrate rispetto all’asse proprietario e, soprattutto, tecniche di ingaggio e di motivazione delle persone coinvolte che devono non solo razionalmente capire le motivazioni sottostanti. Ma le devono “sposare”, interiorizzare davvero, per tirare fuori tutte le energie necessarie a portare a casa i perentori obiettivi fissati.

Tecniche e competenze spesso distanti dal dominio di esperienza e disponibilità interna: vero che “l’occhio del padrone ingrassa il cavallo” ma … non sembra ad oggi dimostrato il contrario